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10/12/2001
Trecento giorni per pagare i fornitori del SSN

Italia in coda alla Ue nel saldo dei produttori di presidi medico-chirurgici: record negativo in Lazio e Puglia con 20 mesi di insolvenza.

Quasi un anno per incassare un pagamento.
Tanto c'è da aspettare, se tutto va bene, per chi produce e fornisce alle aziende sanitarie italiane beni e servizi nel settore diagnostico e biomedicale.
Se, poi, si ha la sfortuna di lavorare nel Lazio o nella Puglia l'attesa può anche raddoppiare.
L'Italia conquista, infatti, in Europa uno degli ultimi posti nella graduatoria dei pagamenti nel settore delle tecnologie biomediche: peggio riescono a fare solo la Grecia e il Portogallo. Un prezzo salato, questo delle eterne attese, che pesa di più in un momento in cui il boom del mercato bussa sempre più forte alla porta dell'industria.
Poche certezze, regole a metà, investimenti con il contagocce e scarse agevolazioni per la ricerca: sono gli altri mali che colpiscono, in buona parte dei Paesi europei, le aziende del settore dei medicali. E quelle italiane - rappresentate da Assobiomedica, l'associazione che raggruppa oltre 150 aziende - non fanno certo eccezione. Anzi, alle prese come sono con tempi biblici di pagamento e tagli sempre più frequenti al calderone della spesa sanitaria (in cui rientrano anche le tecnologie) rappresentano quasi un caso esemplare.
Eppure i successi di questi prodotti parlano da soli: assicurano da un lato miglioramenti nella cura dei pazienti e dall'altro risparmi per i servizi sanitari, nel medio e lungo periodo, riducendo tempi di ricovero e diagnosi. Un messaggio che Assobiomedica ribadirà il prossimo 17 dicembre, a Milano, in un convegno sul ruolo delle tecnologie biomediche.
L'anomalia italiana. Nelle corsie degli ospedali italiani serve sempre più tecnologia e quella che c'è è, spesso, senza manutenzione, se non addirittura ormai obsoleta. Ma gli investimenti restano sempre gli stessi, se non addirittura si riducono.
Un trend, questo, che l'Italia condivide anche con altri Paesi europei. La grande anomalia italiana è, invece, quella sull'insolvenza dei debiti da parte delle aziende sanitarie: i ritardi accumulati sono di 309 giorni in media.
Solo in Grecia e Portogallo si aspetta di più: rispettivamente 660 giorni e 412. E se la Spagna è diventata da poco più virtuosa con “soli” 180 giorni di attese e il Belgio si attesta sui 90 giorni, negli altri Paesi i pagamenti avvengono entro un mese e mezzo.
Il dato medio italiano non rende, comunque, giustizia ai comportamenti regionali. Ci sono, infatti, amministrazioni che saldano i debito in 100-150 giorni (come il Trentino Alto Adige, la Valle D'Aosta e il Friuli Venezia Giulia), altre che, invece, pagano anche oltre l'anno.
In quest'ultimo "drappello" spiccano (in negativo, ovviamente) i ritardi record di Lazio e Puglia, dove i fornitori di biomedicali sono costretti ad aspettare anche 600 giorni.
Il mercato. Quello europeo vale oltre 44 miliardi di euro, contro gli oltre 70 degli Usa. Si contano oltre 7mila aziende, il 94% delle quali sono di piccole o medie dimensioni e impiegano circa 351mila persone (negli Usa sono 352mila).
Il mercato italiano è tra i più grandi in Europa con 5,4 miliardi di euro, ma quello capofila è il tedesco (14,3 miliardi), seguito da quello francese (7,6). In Italia il settore lavora praticamente solo per ospedali e aziende sanitarie del Ssn alle quali è destinata oltre l'80% della produzione medicale.
La ricerca, visto il tasso di tecnologia coinvolto, è decisiva e la relativa spesa è perciò più alta rispetto ad altri settori industriali: le aziende italiane spendono in R&S circa il 5% del valore delle vendite, contro il 9% di Germania e Francia e il 13% degli Stati Uniti.
E proprio sulle nuove frontiere della ricerca - dalle biotecnologie all'ingegneria dei tessuti umani - le industrie europee hanno chiesto recentemente alle istituzioni Ue di fare chiarezza con regole certe e comuni.
Alcuni Paesi sono comunque all'avanguardia: l'Irlanda, ad esempio, dove, negli ultimi dieci anni, grazie a forti agevolazioni fiscali, si è assistito a un incredibile boom del settore. Le aziende irlandesi, oggi, esportano gran parte di quanto producono.

Fonte: ilsole24ore

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