ROMA-Grandi abbuffate
oppure il rifiuto totale del cibo, cominciando con l'eliminare tutti i carboidrati. Vite
segnate, in alcuni casi rovinate, dalla bulimia e dall'anoressia. Famiglie distrutte per
stare dietro a figli che si ammalano di cibo. Adulti infelici che sono malati e si
rifiutano di prenderne atto. Malattie sociali eppure sottovalutate. Basti pensare che non
esistono neppure dati statistici ufficiali e gli ambulatori ospedalieri che si occupano
dei disturbi alimentari, nella Capitale, si contano sulle dita. "Fino a qualche
giorno fa noi eravamo l'unico centro esistente nel centro e nel sud d'Italia - spiega
Vito Salvemini, primario dell'ambulatorio multidisciplinare del Sant'Eugenio -
Da noi venivano da molte regioni, provocando un intasamento nel servizio e
costi elevatissimi per chi si curava. Abbiamo avuto pazienti che due volte alla settimana
arrivavano dalla Sicilia. E la terapia risultava quasi sempre inefficace,
perchè la maggior parte di loro, dopo un po', non era più in grado di affrontare lo
stress".
Eppure un'ordinanza regionale del 1996
prevedeva l'istituzione di un ambulatorio in tutte le Asl del Lazio. Ordinanza finora
inapplicata. Dalla prossima settimana, finalmente, sarà in funzione un nuovo centro
presso l'unità operativa di dietologia dell'ospedale Sandro Pertini. L'ambulatorio,
aperto al pubblico lunedì, martedì e mercoledì dalle 8 alle 15, sarà gestito da
un'equipe medica composta da psichiatri, psicoterapeuti, psicologi, dietologi e
nutrizionisti. Un'equipe assortita, perchè, come spiega Maria Ernestina Fabrizi,
assistente di fisiologia clinica alla Sapienza, "si tratta di malattie molto
complesse, che vanno al di là del conflittuale rapporto con il cibo. Questo non è che lo
sfogo di qualcosa di più profondo e sommerso che, spesso, gli stessi pazienti hanno
difficoltà ad ammettere. Il rifiuto del cibo, nel caso dell'anoressia, genera anche un
rifiuto della propria sessualità e del rapporto con l'altro sesso, così come l'abbuffata
della bulimica porta ad un eccesso di sessualità, al frequente cambio di partner e, in
alcuni casi, a una sessualità promiscua".
Problemi, dunque, che si ripercuotono in
ogni settore della vita e dai quali è difficile uscirne. "Molti rifiutano l'aiuto
medico - afferma la Fabrizi - e ciò rientra nei meccanismi della stessa patologia. Nel
senso che il bulimico soprattutto è un perfezionista, una persona intransigente con se
stessa, non accetta i propri limiti e le proprie debolezze. Di conseguenza eccelle nel
campo lavorativo, che considera la sua più grande conquista. Fortunati i loro datori di
lavoro".
Tra le molteplici cause, quella più
diffusa sembra essere il costante senso di abbandono e di solitudine che accompagna la
loro vita sin da piccoli. "Sono persone sensibili - spiega Giusy Mantione,
dell'Aied - e culturalmente elevate. Persone apparentemente forti e determinate
che celano in realtà una profonda fragilità, cui danno sfogo solo attraverso il
cibo. Questo rappresenta il loro privato, il campo in cui, finalmente, possono lasciarsi
andare ed è anche per questro che ne parlano con difficoltà all'esterno". I
genitori sono sempre gli ultimi ad accorsegene. "Forse perchè vedere il
proprio figlio dimagrire drasticamente o fuggire in bagno dopo i pasti, rappresenta la
più grande sconfitta dell'essere genitori - commenta la Mantione - Preferiscono mentire a
se stessi e quando la situazione è ormai palese a chiunque, cominciano a colpevolizzarsi,
ad accusarsi reciprocamente. Cosa che ovviamente non giova a loro nè ai figli".
Che fare allora? Gli specialisti sembrano
tutti abbastanza favorevoli a una terapia di gruppo, successiva però a un periodo, più o
meno lungo, di cura individuale. Il paziente deve fidarsi del proprio
medico. "La maggior parte dei ragazzi - dice Maria Ernestina Fabrizi - si
rivolge a noi di nascosto dai familiari". Malattie del consumismo, si affermava in
maniera semplicistica fino poco tempo fa. Malattie sociali, invece. "Fino
agli anni Ottanta - spiega Salvemini - anoressici e bulimici provenivano tutti dalle
classi sociali più elevate. Oggi invece cominciano a essere interessati anche i più
umili, almeno quelle famiglie in cui viene affidato involontariamente a un figlio,
solitamente il più bravo a scuola, il più intelligente e solerte, il compito di
riscattare le proprie mancanze o di realizzare ciò che i genitori avrebbero voluto fare
per se stessi. Si ha così un carico di responsabilità, un surplus di aspettative che il
soggetto in questione sente di non dover deludere. Da qui ha origine l'intransigenza verso
se stessi".
Nonostante l'incremento maschile della
malattia, l'uomo sembra ancora meno propenso alla cura. "E anche questo potrebbe
essere un retaggio dei nostri tempi - conclude Salvemini - perchè mentre gli stereotipi
della bellezza femminile esaltano la magrezza, il corpo maschile, invece, deve essere
forte, massiccio nella massa muscolare. L'uomo anoressico si vergogna molto di più della
donna e si nasconde".
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