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23/01/2002
Riabilitazione: in acqua è meglio

L’uomo in genere (…)
passabile come costruzione,
ma il materiale è sbagliato:
si rompe

[Homo Faber, Max Frisch]

riabilitazioneacqua.jpg (3352 byte)

Un essere umano può essere definito attraverso la somma dei suoi limiti fisici, si dice.
Ma che cosa succede quando questi limiti cambiano perché si subisce una lesione? La parola “riabilitare” significa soltanto rendere di nuovo abili?
In alcuni casi, quando si lavora su lesioni gravi, non si tratta di cancellare il danno, che può essere permanente, ma di migliorare quanto più è possibile la qualità della vita del paziente: aggirare un ostacolo, trovare un progetto di sviluppo.
Intelligenza è soprattutto adattamento e il processo di riabilitazione cerca, con tentativi e correzioni, di individuare la via più semplice e meno dolorosa per risolvere problemi talvolta anche molto complessi.

Ne abbiamo parlato con ilprofessor Carlo Damiani, primario del reparto di Riabilitazione Motoria presso la Casa di Cura San Raffaele di Velletri.

A Velletri siete specializzati nella riabilitazione e fate anche ricerca: quali sono le sperimentazioni nelle quali siete attualmente impegnati?
Stiamo sperimentando la validità della terapia in acqua soprattutto nel trattamento di protesizzati di ginocchio e d’anca. L’ipotesi è che il percorso in piscina faccia lavorare il corpo in maniera più omogenea ottenendo degli effetti più veloci e completi. Anche dal punto di vista psicologico poi, il contatto con l’acqua sortisce effetti benefici.
Un’altra sperimentazione è quella riguardante un farmaco conosciuto, ma utilizzato per patologie diverse, su pazienti con deficit cognitivo su base vascolare, come lo sono coloro che sono stati colpiti da un ictus: l’ipotesi questa volta è che il farmaco sia efficace anche contro l’avanzamento di iniziali forme di demenza nelle quali non c’è ancora una degenerazione del complesso neuronale dell’encefalo. E’ importante puntualizzare che queste forme non si possono far regredire, ma riuscire a rallentarne lo sviluppo rappresenterebbe già un buon risultato.
La sperimentazione di questo farmaco non è chiaramente l’unico apporto che vorremmo fornire a questo tipo di patologie: il progetto prevede anche la verifica dell’efficacia della terapia occupazionale per contenere e ritardare questo tipo di demenza. Vorremmo creare un piccolo reparto con posti letto dotato di personale specializzato.

Cosa significa riabilitare una persona che non potrà più camminare o esprimersi con il linguaggio verbale?
In riabilitazione ci sono eventi lesivi di livello differente: una frattura del femore apre prospettive diverse rispetto a lesioni permanenti da cui non ci si può aspettare un ritorno all’integrità. Talvolta, la persona che ha una lesione grave si trova improvvisamente cambiata in relazione a tutto il suo mondo, dalle relazioni familiari a quelle lavorative, dalla capacità di movimento alla vita sessuale.
Le condizioni di vita sono quindi completamente differenti. Il nostro compito è allora quello di analizzare questi nuovi vincoli e considerarli come risorse con le quali operare. E’ chiaro che la richiesta implicita di questi pazienti è di comprensione del complesso della nuova situazione. Non possiamo riabilitare solo un braccio o una gamba, ma tutta la persona.

Più in particolare, come affrontate il primo approccio con i pazienti?
Si dice che, dopo una lesione, ci sia una “finestra terapeutica”, un periodo variabile (circa 6-10 mesi) durante il quale si può lavorare sul recupero: parte del nostro sforzo è dedicato a ripristinare una funzione persa fidando nella plasticità del sistema nervoso. Analizzato il caso si stabiliscono obiettivi di miglioramento che devono essere praticabili, tenuto presente il tempo che si ha a disposizione per il trattamento in clinica (massimo 60 giorni). Perciò è molto importante definire un percorso che sia possibile e nello stesso tempo che rappresenti la massima espressione delle potenzialità del paziente. Ci sono molte tecniche che servono a lavorare in questa direzione.
Poi ci sono altri tipi di obiettivi: non ripristinare una funzione ormai persa, ma aggirare l’ostacolo, approntare sistemi nuovi per affrontare problemi vecchi: come tornare a casa propria e muovercisi dentro, come andare al mercato a fare la spesa, come relazionarsi al proprio vicino, come riprendere il lavoro, qual è il lavoro che, date le condizioni, si può svolgere.

In questi casi si pratica anche la terapia occupazionale…
Esattamente. Si tratta di una simulazione per addestrare la persona a muoversi anche fuori della clinica ricreando ambienti domestici e oggetti di tutti i giorni: non è altro che una rieducazione attraverso gli atti della vita quotidiana.
A Velletri stiamo ristrutturando proprio una palestra che dedicheremo solo a questo.
Come già accennato, in riabilitazione si tende giustamente a farsi carico del paziente nella sua globalità cercando di comprenderne bisogni e motivazioni. Tuttavia è necessaria molta cautela: il rischio potrebbe essere quello di intromettersi troppo. Non si può gestire la felicità del paziente. Questo un medico lo deve accettare.
Il percorso va costruito insieme, ma non è mai semplice.

Sono problemi a molte dimensioni: quali sono le figure professionali che se ne occupano?
Per ciascun caso si approntano gruppi di lavoro appositi che in genere comprendono un fisiatra, un medico internista, un terapista della riabilitazione motoria e/o neurologica, un terapista del linguaggio, lo psicologo e l’assistente sociale.

Quanto conta l’atteggiamento psicologico del paziente?
Sappiamo con certezza - ci sono molti studi al riguardo - che la scarsa fiducia nei propri mezzi è un ostacolo serio alla ripresa di un paziente: scatta un circolo vizioso per cui la depressione è originata dalla lesione subita e a sua volta impedisce la riabilitazione del danno stesso. Eppure, bisogna ammetterlo, la depressione è una reazione assolutamente normale. Per questo diventa fondamentale l’atteggiamento psicologico del personale.

Come deve essere?
Non si tratta di fare facile psicologismo. Noi stessi ci serviamo della consulenza di uno psicologo professionista per individuare l’atteggiamento più adatto a ciascun singolo paziente: per qualcuno è necessario il coinvolgimento nelle decisioni, per altri il richiamo autorevole, per altri ancora la rassicurazione materna.
Comunque quello che conta è che ci sia univocità e chiarezza nell’interpretazione di tutto il gruppo di lavoro.

Fonte: kwsalute

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