Un essere umano può
essere definito attraverso la somma dei suoi limiti fisici, si dice.
Ma che cosa succede quando questi limiti cambiano perché si subisce una lesione? La
parola riabilitare significa soltanto rendere di nuovo abili?
In alcuni casi, quando si lavora su lesioni gravi, non si tratta di cancellare il danno,
che può essere permanente, ma di migliorare quanto più è possibile la qualità della
vita del paziente: aggirare un ostacolo, trovare un progetto di sviluppo.
Intelligenza è soprattutto adattamento e il processo di riabilitazione cerca, con
tentativi e correzioni, di individuare la via più semplice e meno dolorosa per risolvere
problemi talvolta anche molto complessi.
Ne abbiamo parlato con ilprofessor Carlo
Damiani, primario del reparto di Riabilitazione Motoria presso la Casa di Cura
San Raffaele di Velletri.
A Velletri siete specializzati
nella riabilitazione e fate anche ricerca: quali sono le sperimentazioni nelle quali siete
attualmente impegnati?
Stiamo sperimentando la validità della terapia in acqua soprattutto nel trattamento di
protesizzati di ginocchio e danca. Lipotesi è che il percorso in piscina
faccia lavorare il corpo in maniera più omogenea ottenendo degli effetti più veloci e
completi. Anche dal punto di vista psicologico poi, il contatto con lacqua sortisce
effetti benefici.
Unaltra sperimentazione è quella riguardante un farmaco conosciuto, ma utilizzato
per patologie diverse, su pazienti con deficit cognitivo su base vascolare, come lo sono
coloro che sono stati colpiti da un ictus: lipotesi questa volta è che il
farmaco sia efficace anche contro lavanzamento di iniziali forme di demenza nelle
quali non cè ancora una degenerazione del complesso neuronale dellencefalo.
E importante puntualizzare che queste forme non si possono far regredire, ma
riuscire a rallentarne lo sviluppo rappresenterebbe già un buon risultato.
La sperimentazione di questo farmaco non è chiaramente lunico apporto che vorremmo
fornire a questo tipo di patologie: il progetto prevede anche la verifica
dellefficacia della terapia occupazionale per contenere e ritardare questo tipo di
demenza. Vorremmo creare un piccolo reparto con posti letto dotato di personale
specializzato.
Cosa significa riabilitare una
persona che non potrà più camminare o esprimersi con il linguaggio verbale?
In riabilitazione ci sono eventi lesivi di livello differente: una frattura del femore
apre prospettive diverse rispetto a lesioni permanenti da cui non ci si può aspettare un
ritorno allintegrità. Talvolta, la persona che ha una lesione grave si trova
improvvisamente cambiata in relazione a tutto il suo mondo, dalle relazioni familiari a
quelle lavorative, dalla capacità di movimento alla vita sessuale.
Le condizioni di vita sono quindi completamente differenti. Il nostro compito è allora
quello di analizzare questi nuovi vincoli e considerarli come risorse con le quali
operare. E chiaro che la richiesta implicita di questi pazienti è di
comprensione del complesso della nuova situazione. Non possiamo riabilitare solo un
braccio o una gamba, ma tutta la persona.
Più in particolare, come
affrontate il primo approccio con i pazienti?
Si dice che, dopo una lesione, ci sia una finestra terapeutica, un periodo
variabile (circa 6-10 mesi) durante il quale si può lavorare sul recupero: parte del
nostro sforzo è dedicato a ripristinare una funzione persa fidando nella plasticità
del sistema nervoso. Analizzato il caso si stabiliscono obiettivi di miglioramento che
devono essere praticabili, tenuto presente il tempo che si ha a disposizione per il
trattamento in clinica (massimo 60 giorni). Perciò è molto importante definire un
percorso che sia possibile e nello stesso tempo che rappresenti la massima espressione
delle potenzialità del paziente. Ci sono molte tecniche che servono a lavorare in questa
direzione.
Poi ci sono altri tipi di obiettivi: non ripristinare una funzione ormai persa, ma
aggirare lostacolo, approntare sistemi nuovi per affrontare problemi vecchi:
come tornare a casa propria e muovercisi dentro, come andare al mercato a fare la spesa,
come relazionarsi al proprio vicino, come riprendere il lavoro, qual è il lavoro che,
date le condizioni, si può svolgere.
In questi casi si pratica anche la
terapia occupazionale
Esattamente. Si tratta di una simulazione per addestrare la persona a muoversi
anche fuori della clinica ricreando ambienti domestici e oggetti di tutti i giorni: non è
altro che una rieducazione attraverso gli atti della vita quotidiana.
A Velletri stiamo ristrutturando proprio una palestra che dedicheremo solo a questo.
Come già accennato, in riabilitazione si tende giustamente a farsi carico del paziente
nella sua globalità cercando di comprenderne bisogni e motivazioni. Tuttavia è
necessaria molta cautela: il rischio potrebbe essere quello di intromettersi troppo. Non
si può gestire la felicità del paziente. Questo un medico lo deve accettare.
Il percorso va costruito insieme, ma non è mai semplice.
Sono problemi a molte dimensioni:
quali sono le figure professionali che se ne occupano?
Per ciascun caso si approntano gruppi di lavoro appositi che in genere comprendono un
fisiatra, un medico internista, un terapista della riabilitazione motoria e/o neurologica,
un terapista del linguaggio, lo psicologo e lassistente sociale.
Quanto conta latteggiamento
psicologico del paziente?
Sappiamo con certezza - ci sono molti studi al riguardo - che la scarsa fiducia nei propri
mezzi è un ostacolo serio alla ripresa di un paziente: scatta un circolo vizioso per cui
la depressione è originata dalla lesione subita e a sua volta impedisce la riabilitazione
del danno stesso. Eppure, bisogna ammetterlo, la depressione è una reazione assolutamente
normale. Per questo diventa fondamentale latteggiamento psicologico del personale.
Come deve essere?
Non si tratta di fare facile psicologismo. Noi stessi ci serviamo della consulenza di uno
psicologo professionista per individuare latteggiamento più adatto a ciascun
singolo paziente: per qualcuno è necessario il coinvolgimento nelle decisioni, per altri
il richiamo autorevole, per altri ancora la rassicurazione materna.
Comunque quello che conta è che ci sia univocità e chiarezza nellinterpretazione
di tutto il gruppo di lavoro.
|