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01/02/2002
Cancro al seno: un nuovo test per scoprire quando è “cattivo”

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Analizzando l’attività genetica è possibile individuare le forme tumorali più aggressive, e curarle "su misura".

Tra qualche anno, grazie alla genetica sarà possibile individuare le forme di tumore al seno particolarmente aggressive, quelle cioè che anche dopo essere state rimosse lasciano comunque cellule cancerogene nell’organismo, aprendo la strada alla formazione di metastasi.

Proprio per evitare questo pericolo, le donne che si ammalano di cancro al seno vengono oggi comunque curate con la chemioterapia e la radioterapia, anche se in realtà solo il 20-30% dei tumori è di fatto aggressivo.

«Questo significa che il 70-80% delle donne deve affrontare trattamenti e cure molto pesanti, senza che ce ne sia una vera necessità», spiega Laura J. van’t Veer, che lavora all’Istituto olandese di ricerche sul cancro di Amsterdam. «Quello che noi siamo riusciti a fare è stato identificare i geni tipici delle forme tumorali più cattive. E quindi in un futuro potrebbe essere possibile usare la stessa tecnica per diversificare le cure, a seconda delle caratteristiche genetiche del tumore».

Insieme ad alcuni scienziati della Rosetta Inpharmatics di Washington, Stati Uniti, la ricercatrice olandese ha analizzato 25 mila geni appartenenti a 78 campioni di tumore al seno, dei quali 34 prelevati da pazienti che avevano sviluppato metastasi nel giro di cinque anni dall’operazione, e 44 da donne che invece nello stesso lasso di tempo non avevano avuto nessuna ricaduta.

«Abbiamo usato un chip grande con l’unghia del pollice per valutare l’attività dei geni, e identificare quelli più aggressivi», continua la ricercatrice. «In questo modo, ne abbiamo selezionato 70 particolarmente attivi nelle forme più aggressive del tumore. In altre parole, siamo riusciti a definire un “modello di attività genetica” che un giorno potrà essere usato per formulare una prognosi accurata per ogni donna che si ammala di cancro al seno, e quindi una terapia su misura».

Il test verrà prossimamente sperimentato su un campione di forme di tumore al seno più numeroso. Ma ci vorrà parecchio tempo prima che possa entrare nella routine clinica.

«C’è voluto un anno di lavoro per giungere a questi risultati, mentre l’esito di un esame di questa importanza non deve richiedere più di un paio di giorni», conclude van’t Veer.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature.

Fonte: salute italia

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