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11/01/2002
“Fotografare” l’Alzheimer nel cervello: ora si può
Fino a oggi solo l'autopsia poteva identificare le lesioni cerebrali e accertare la malattia.

Una nuova tecnica capace di rappresentare per immagini l’insorgere del morbo di Alzheimer in un cervello perfettamente attivo, ancora prima che la malattia attacchi le cellule cerebrali: è quanto è stato realizzato da un gruppo di ricercatori dell’UCLA, University of California Los Angeles, che ne hanno dato notizia sull’American Journal of Geriatric Psychiatry.

Grazie ad essa i medici saranno in grado di compiere diagnosi precocissime e seguire con estrema precisione lo sviluppo di un disturbo che affligge il 10 per cento degli anziani oltre i 65 anni, e che è destinato a diffondersi sempre di più, a causa anche dell’aumento della durata media della vita.

«Siamo riusciti a combinare l’uso di un nuovo marcatore chimico, denominato FDDNP, con la tomografia a emissione di positroni, la PET. E per la prima volta siamo riusciti a controllare le lesioni che indicano lo sviluppo della malattia in un paziente in vita», racconta uno degli scienziati, il professor Jorge Barrio, docente di farmacologia molecolare all’UCLA. Fino a oggi, infatti, una diagnosi definitiva di Alzheimer era possibile solo con l’analisi del cervello, dopo il decesso del paziente: e in ogni caso anche gli interventi terapeutici potevano iniziare solo dopo che i danni provocati dal morbo erano manifesti, e dunque irreversibili.

Il tracciante molecolare realizzato all’UCLA è in grado di fissarsi proprio sui punti del tessuto cerebrale in cui sono avvenute lesioni anche minime (le cosiddette placche amiloidi), che poi ampliandosi sconvolgono le funzioni cerebrali, distruggendo le cellule e causando i sintomi più tipici dell’Alzheimer, il disorientamento e la perdita della memoria.

I primi test svolti con la nuova tecnica – cioè sottoponendo alla PET il cervello di soggetti cui era stato iniettato il tracciante – hanno consentito proprio di scoprire lesioni dovute al morbo ancora prima che la malattia si manifestasse nella sua gravità, cioè prima che la placca si diffondesse a colpire i neuroni circostanti. «A questo punto è evidente il valore preventivo della nuova tecnica», spiega Barrio. «Per esempio sarà possibile stabilire quando un intervento medico è ancora in grado di bloccare lo sviluppo della malattia, e controllare - momento per momento - l’efficacia terapeutica di nuovi farmaci o di vaccini».

Una ulteriore conferma della validità del sistema è venuta dalla autopsia effettuata sul cervello di un ammalato di Alzheimer che, in precedenza era stato esaminato con PET e FDDNP: ebbene, le lesioni riscontrare nei centri della memoria del paziente corrispondevano perfettamente con le immagini ottenute in precedenza.

Fonte: salute italia

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