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02/01/2002
Scoperto come funzionano i farmaci placebo!

L'Università della California ha scoperto come agisce sulla corteccia cerebrale l'effetto di medicine inesistenti: provoca comunque un cambiamento, anche se diverso rispetto a quello dei medicinali tradizionali.

Los Angeles - Hanno guardato dentro al cervello (meglio, nella corteccia prefrontale) e hanno finalmente scoperto come funzionano, in caso di depressione, i farmaci placebo, quelli inerti, che danno però ugualmente un risultato. E con grandissima sorpresa si sono accorti che l’effetto placebo, cioè l’effetto di un medicinale “inesistente”, ha però precise conseguenze fisiche sul cervello, anche se diverse rispetto a quelle dei farmaci tradizionali.
Una novità clamorosa, quella presentata da un gruppo di ricercatori dell’University of California Los Angeles, in uno studio pubblicato sul numero del 1° gennaio 2002 dell’American Journal of Psychiatry. Una novità, soprattutto, destinata a fornire nuovi argomenti all’aspro dibattito in corso fra i sostenitori della “pillola per l’anima” e quelli del lettino dello psicanalista (che forse, e non si sa bene ancora come, va dunque in parte rivalutato).
«Sappiamo da tempo, ormai, che somministrare sostanze placebo a una persona che soffre di depressione o di altre malattie procura spesso un miglioramento», chiarisce il dottor Andrew Leuchter, psichiatra e responsabile della ricerca. «Adesso, per la prima volta, abbiamo le prove che nel cervello dei pazienti che assumono i placebo si verifica un cambiamento funzionale, pari al cambiamento che si verifica nel cervello di chi assume farmaci. Anche se tutto avviene in forme diverse».
Lo studio ha coinvolto 51 soggetti sofferenti di depressione: a una metà di essi è stata somministrata la fluoxetina (cioè il Prozac, farmaco che influisce sul rilascio e sul riassorbimento della serotonina, il neurotrasmettitore che regola, fra l’altro, l’umore). All’altra metà dei pazienti, semplici pillole di zucchero.

Primo risultato: «Il 52 per cento dei soggetti che avevano assunto il farmaco ha risposto positivamente al trattamento. Ma ben il 38 per cento di coloro che avevano assunto il placebo ha risposto altrettanto positivamente», dice Leuchter. «E, di fatto, non si riusciva a distinguere gli uni dagli altri».

Secondo risultato: durante il trattamento, l’attività del cervello dei pazienti è stata registrata con la cosiddetta QEEG, l’elettroencefalografia quantitativa. L’area interessata era la corteccia prefrontale, dove si reputa avvenga la “regolazione” dell’umore. Ebbene, l’assunzione del farmaco provocava nel giro massimo di due giorni la soppressione dell’attività cerebrale in loco, mentre per l’assunzione del placebo ci voleva più tempo. «Due settimane, ma il cervello comunque rispondeva a qualcosa che, farmacologicamente, non c’era», nota il dottor Leucher. «Inoltre, e clamorosamente, rispondeva in modo diverso: se nel caso del Prozac si registrava la soppressione della attività cerebrale, nel caso del placebo si registrava un suo ulteriore incremento». Ma con lo stesso risultato finale: la scomparsa della depressione.

Terzo risultato, non meno clamoroso: «Dopo otto settimane di trattamento con il placebo abbiamo svelato, ai soggetti che lo assumevano, la vera natura delle pillole. Ebbene, molti di loro sono immediatamente peggiorati, e nel giro di un mese la maggior parte di essi ha dovuto ricorrere per davvero alla fluoxetina».

Che cosa rivelano queste scoperte? «Anzitutto che esistono effettivamente più strade per arrivare a una cura della depressione, e che il cervello reagisce dal punto di vista biochimico anche in presenza di medicine virtuali», risponde Leuchter. «Adesso sarà necessario approfondire la conoscenza dei meccanismi che consentono ai placebo di far stare meglio i pazienti, proprio come se si trattasse di pillole reali».
In fondo, si tratta di una rivalutazione indiretta della psicanalisi e del lettino di Freud. «In ogni caso, non c’è dubbio che scegliere di sottoporsi a una terapia, per un depresso, è già una mezza vittoria. Significa essere disposti e pronti a stare meglio. Si presentano da noi, in ospedale, si confrontano con un medico, una infermiera, lo staff degli psichiatri. Godono di una attenzione speciale. E questo già li fa star meglio».

Fonte: salute italia

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