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21/12/2001
In aumento la resistenza agli antibiotici

Nel 2000 la percentuale di batteri resistenti era già dello 0,15 per cento.

Nel corso della Interscience Conference on Antimicrobial Agents and Chemotherapy, due grandi produttori di farmaci hanno deciso di rendere pubblici i dati riguardanti la resistenza agli antibiotici di molti batteri. I dati mostrano che i microbi che causano una forma particolarmente pericolosa di polmonite hanno iniziato a diventare resistenti alla ciprofloxacina e ad altre molecole appartenenti alla classe dei fluorichinoloni. Nell'ultimo decennio i medici sono ricorsi spesso a questi ultimi per eliminare vari batteri, ma la ricerca di laboratorio ha dimostrato che essi possono imparare a proteggersi.

Per capire se questo avviene anche durante le infezioni, l'Alliance for the Prudent Use of Antibiotics ha iniziato a fare pressioni sulle case farmaceutiche affinché rivelassero i dati in loro possesso. L'appello è stato accolto per ora dalla Bristol-Myers Squibb e dalla Glaxo-SmithKline, che hanno reso pubblici i dati in loro possesso riguardanti il batterio Hemophilus influenzae, la seconda causa di morte per polmonite batterica nei bambini del terzo mondo.

I ricercatori delle due ditte hanno raccolto per anni campioni di questo batterio da pazienti ricoverati in ospedali degli Stati Uniti e dell'Europa. I batteri sono poi stati fatti crescere nei laboratori in presenza di vari livelli di antibiotici. Si è visto così che i batteri più resistenti possono sopportare livelli di antibiotici 16 volte più alti di quelli normalmente sufficienti a ucciderli. Ma poiché i batteri sviluppano la resistenza gradualmente, attraverso una serie di mutazioni, i ricercatori hanno anche studiato i vari "gradi" di resistenza, per capire effettivamente a fino a che punto essa sia già un problema.

Le due ditte hanno mostrato che meno dello 0,1 per cento dei campioni prelevati prima del 1997 avevano sviluppato qualche resistenza agli antibiotici, ma nel 2000 la percentuale era già dello 0,15 per cento. Ora si spera che anche altre industrie farmaceutiche seguano l'esempio e divulghino i loro dati.

Fonte: le scienze

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