powered by FreeFind

10/12/2001
Dopo l'infarto il cuore torna bambino

Così perfette ed evolute da essere immortali. Niente suicidi geneticamente determinati, la cosiddetta apoptosi, come per tutte le altre cellule dell’organismo: i linfociti del sangue, per esempio, che hanno una vita media di otto ore, o i globuli rossi che dopo 180 giorni vanno incontro al suicidio programmato. Le cellule cardiache, i miociti, non si suicidano mai: muoiono solo se ricevono un insulto esterno, un trombo che occlude una coronaria e determina l’infarto. La morte del miocita, dunque, è solo accidentale nella persona adulta. Diversa la situazione nel feto: i miociti hanno il programma genetico dell’apoptosi e per tutto il periodo della vita intrauterina si suicidano per poi riformarsi sempre migliori, sempre più forti fino a diventare perfetti ed immortali.

“Durante un infarto – spiega il professor Massimo Chiariello, presidente della Società Italiana di Cardiologia (SIC) - le cellule colpite rilasciano sostanze neuro-ormonali che ripristinano il programma genetico del miocita fetale: riprende anche nel cuore dell’adulto il ciclo vita-morte. Quando il cuore è sotto stress (per l’infarto) è come se tornasse bambino, si contrae meno bene e rischia di finire per suicidarsi lentamente. Ma mentre nel feto il suicidio è sempre seguito da una nuova nascita, nel cuore dell’adulto questa nuova nascita non avviene. Resta, quindi, solo la morte programmata, che porta alla progressione dell’infarto verso lo scompenso e il decesso del paziente”.

E’ questo il meccanismo genetico biomolecolare che i ricercatori sono riusciti a capire aprendo orizzonti nuovi nella lotta all’infarto, il killer che miete più vittime nelle società occidentali. Secondo l’OMS, il 50% del totale dei decessi nei Paesi occidentali è correlabile ad una malattia del cuore, (contro il 27% dei tumori): si stima che ogni anno muoiano nel mondo 17 milioni di individui, mentre in Italia le morti dovute ad un insulto cardiaco sono circa 242.000. Le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di morte nei Paesi occidentali. Questi i temi al centro dell’attenzione degli oltre 3500 cardiologi presenti al 62° Congresso nazionale della SIC, in corso a Roma fino a mercoledì 12.

“L’obiettivo ora – aggiunge Chiariello - è quello di bloccare il ripristino del programma genico che fa ritornare la cellula a livello embrionale, riducendo la progressione verso lo scompenso cardiaco, aumentando così le aspettative di vita dei pazienti, attraverso l’utilizzo di molecole anti-ormonali e anti-citochiniche”.

Contemporaneamente i ricercatori sono orientati a ripristinare queste cellule che si suicidano con altre nuove, indifferenziate: le cellule staminali, cellule anch’esse bambine e per questo capaci di crescere e, forse, di diventare dei veri e propri miociti, in grado di riparare il guasto, guarendo il paziente.
“Recenti esperimenti – prosegue il presidente della SIC – hanno dimostrato che l’iniezione di cellule staminali potenzialmente in grado di diventare cellule muscolari complete nei topi a cui era stato procurato un infarto porta alla nascita di nuovo tessuto cardiaco funzionante. Ciò ci fa vedere la concreta possibilità di rimpiazzare porzioni di cuore e anche di interi cuori ormai malandati attraverso l’iniezione di cellule staminali”. Sarà dunque possibile non solo curare il cuore con i farmaci ma ‘ripararlo’ biologicamente.

Le novità in tema di infarto non riguardano solo le strategie terapeutiche ma anche lo stesso modo di definire la malattia. “Da poco tempo – afferma il professor Attilio Maseri, Direttore dipartimento di Cardiologia e Cardiochirurgia, Università Ospedale San Raffaele di Milano – è possibile dosare nel sangue circolante un enzima, la troponina, vera e propria spia che ci svela infarti anche minimi in grado di evolvere verso guai maggiori. Così possiamo diagnosticare infarti molto piccoli che non compromettono la funzionalità del cuore ma indicano una possibile evoluzione verso l’infarto conclamato nelle settimane e nei mesi successivi. Questo viene indicato dalle recentissime linee guida delle Società americana ed europea di cardiologia”.

Ma dal congresso di Roma i cardiologi lanciano un appello. Non abbassare la guardia in tema di prevenzione, che rimane la vera arma per vincere le malattie cardiovascolari: niente fumo, sì ad una costante attività fisica, attenzione alla dieta, soprattutto se si hanno genitori già colpiti da queste patologie e se si è diabetici.

“Più della metà delle persone con la pressione arteriosa alta – afferma il professor Paolo Rizzon, dell’Università di Bari - non sa di essere ipertesa e solo un quarto si cura in maniera efficace, cioè con terapie che riportano la pressione a valori ottimali”.

Prevenzione nei Paesi ricchi, ma attenzione anche al Terzo mondo. “Già oggi nell’Africa Sub Sahariana – conclude il professor Chiariello – l’ipertensione è la principale malattia non trasmissibile, causa di ictus, scompenso e infarto. In Mozambico l’ipertensione colpisce più del 20% della popolazione ed è la prima causa di morbilità e mortalità in chi ha più di 45 anni. La SIC ha quindi deciso di potenziare la capacità dei servizi sanitari locali nel campo della diagnosi, cura e soprattutto prevenzione delle malattia cardiovascolari, attraverso l’attivazione di partnership con organizzazioni non governative che si occupano di cooperazione nel continente africano. Per il 2002 la SIC ha già stipulato convenzioni con St. Mary’s Lacor Hospital di Gulu in Uganda e con la facoltà di medicina di Maputo in Mozambico in cui presteranno la loro opera per 4 mesi un gruppo di medici italiani”.

Fonte: kwsalute

Stampa l'articolo
stampa

Spedisci l'articolo
spedisci

Primo Piano >>

Archivio News >>

MARKETPLACE

entra nel Catalogo online
Login
Password

MEMBERSHIP

REGISTRATI

Call Back

VISUALIZZA

Richiedi Prodotti

Categorie Prodotti
Partners

www.svas.it

Richiedi Prodotti

Google

©2007 e.Medicaland - Byte to Medical Business

MedicShops Health Banner Exchange Program
MedicShops Health Banner Exchange Program