Così perfette ed evolute da essere immortali. Niente suicidi geneticamente
determinati, la cosiddetta apoptosi, come per tutte le altre cellule dellorganismo:
i linfociti del sangue, per esempio, che hanno una vita media di otto ore, o i globuli
rossi che dopo 180 giorni vanno incontro al suicidio programmato. Le cellule cardiache, i
miociti, non si suicidano mai: muoiono solo se ricevono un insulto esterno, un trombo che
occlude una coronaria e determina linfarto. La morte del miocita, dunque, è solo
accidentale nella persona adulta. Diversa la situazione nel feto: i miociti hanno il
programma genetico dellapoptosi e per tutto il periodo della vita intrauterina si
suicidano per poi riformarsi sempre migliori, sempre più forti fino a diventare perfetti
ed immortali.
Durante
un infarto spiega il professor Massimo Chiariello, presidente della Società
Italiana di Cardiologia (SIC) - le cellule colpite rilasciano sostanze neuro-ormonali che
ripristinano il programma genetico del miocita fetale: riprende anche nel cuore
delladulto il ciclo vita-morte. Quando il cuore è sotto stress (per linfarto)
è come se tornasse bambino, si contrae meno bene e rischia di finire per suicidarsi
lentamente. Ma mentre nel feto il suicidio è sempre seguito da una nuova nascita, nel
cuore delladulto questa nuova nascita non avviene. Resta, quindi, solo la morte
programmata, che porta alla progressione dellinfarto verso lo scompenso e il decesso
del paziente.
E questo
il meccanismo genetico biomolecolare che i ricercatori sono riusciti a capire aprendo
orizzonti nuovi nella lotta allinfarto, il killer che miete più vittime nelle
società occidentali. Secondo lOMS, il 50% del totale dei decessi nei Paesi
occidentali è correlabile ad una malattia del cuore, (contro il 27% dei tumori): si stima
che ogni anno muoiano nel mondo 17 milioni di individui, mentre in Italia le morti dovute
ad un insulto cardiaco sono circa 242.000. Le malattie cardiovascolari rappresentano la
prima causa di morte nei Paesi occidentali. Questi i temi al centro dellattenzione
degli oltre 3500 cardiologi presenti al 62° Congresso nazionale della SIC, in corso a
Roma fino a mercoledì 12.
Lobiettivo
ora aggiunge Chiariello - è quello di bloccare il ripristino del programma genico
che fa ritornare la cellula a livello embrionale, riducendo la progressione verso lo
scompenso cardiaco, aumentando così le aspettative di vita dei pazienti, attraverso
lutilizzo di molecole anti-ormonali e anti-citochiniche.
Contemporaneamente
i ricercatori sono orientati a ripristinare queste cellule che si suicidano con altre
nuove, indifferenziate: le cellule staminali, cellule anchesse bambine e per questo
capaci di crescere e, forse, di diventare dei veri e propri miociti, in grado di riparare
il guasto, guarendo il paziente.
Recenti esperimenti prosegue il presidente della SIC hanno dimostrato
che liniezione di cellule staminali potenzialmente in grado di diventare cellule
muscolari complete nei topi a cui era stato procurato un infarto porta alla nascita di
nuovo tessuto cardiaco funzionante. Ciò ci fa vedere la concreta possibilità di
rimpiazzare porzioni di cuore e anche di interi cuori ormai malandati attraverso
liniezione di cellule staminali. Sarà dunque possibile non solo curare il
cuore con i farmaci ma ripararlo biologicamente.
Le novità in
tema di infarto non riguardano solo le strategie terapeutiche ma anche lo stesso modo di
definire la malattia. Da poco tempo afferma il professor Attilio Maseri,
Direttore dipartimento di Cardiologia e Cardiochirurgia, Università Ospedale San Raffaele
di Milano è possibile dosare nel sangue circolante un enzima, la troponina, vera e
propria spia che ci svela infarti anche minimi in grado di evolvere verso guai maggiori.
Così possiamo diagnosticare infarti molto piccoli che non compromettono la funzionalità
del cuore ma indicano una possibile evoluzione verso linfarto conclamato nelle
settimane e nei mesi successivi. Questo viene indicato dalle recentissime linee guida
delle Società americana ed europea di cardiologia.
Ma dal
congresso di Roma i cardiologi lanciano un appello. Non abbassare la guardia in tema di
prevenzione, che rimane la vera arma per vincere le malattie cardiovascolari: niente fumo,
sì ad una costante attività fisica, attenzione alla dieta, soprattutto se si hanno
genitori già colpiti da queste patologie e se si è diabetici.
Più
della metà delle persone con la pressione arteriosa alta afferma il professor Paolo
Rizzon, dellUniversità di Bari - non sa di essere ipertesa e solo un quarto
si cura in maniera efficace, cioè con terapie che riportano la pressione a valori
ottimali.
Prevenzione
nei Paesi ricchi, ma attenzione anche al Terzo mondo. Già oggi nellAfrica Sub
Sahariana conclude il professor Chiariello lipertensione è la
principale malattia non trasmissibile, causa di ictus, scompenso e infarto. In Mozambico
lipertensione colpisce più del 20% della popolazione ed è la prima causa di
morbilità e mortalità in chi ha più di 45 anni. La SIC ha quindi deciso di potenziare
la capacità dei servizi sanitari locali nel campo della diagnosi, cura e soprattutto
prevenzione delle malattia cardiovascolari, attraverso lattivazione di partnership
con organizzazioni non governative che si occupano di cooperazione nel continente
africano. Per il 2002 la SIC ha già stipulato convenzioni con St. Marys Lacor
Hospital di Gulu in Uganda e con la facoltà di medicina di Maputo in Mozambico in cui
presteranno la loro opera per 4 mesi un gruppo di medici italiani.
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