Agnese Ferrara - Per vincere l'infarto ci vuole tempestività nelle cure.
Dall'insorgenza dei sintomi alle terapie specifiche non devono passare più di sei ore.
Nei fatti soltanto il 40% del totale dei pazienti colpiti da infarto oggi riceve una
terapia specifica ed efficace.
Secondo le
statistiche fornite dall'associazione medici cardiologi ospedalieri, il numero di persone
colpite da infarto miocardico acuto in Italia è attualmente stimato intorno alle 120.000
all'anno.
Di queste, si calcola che soltanto 90.000 malati raggiungono vivi l'ospedale. Gli altri
30.000 sono considerati morti improvvise', decessi dovuti anche a mancanza di
tempestività nel soccorso. Dei pazienti che raggiungono vivi l'ospedale, molti non
ricevono le cure adeguate, rischiando quindi di andare incontro a una prognosi
sfavorevole. Soltanto il 60% di questi pazienti, infatti, viene ricoverato in unità di
cure coronariche, i reparti più specializzati e attrezzati nella gestione delle emergenze
coronariche, mentre il 40% afferisce in altri reparti (medicina interna, medicina
d'urgenza o altri) dove, a causa di problemi organizzativi e/o a una scarsa familiarità
nella diagnosi e nella terapia dell'infarto, non riceve alcun trattamento.
Anche nei reparti più specializzati per trattare l'infarto non
sempre viene somministrata la terapia più comune, cioè la trombolisi che consiste nella
dissoluzione farmacologica del trombo che occlude la coronaria oppure la meno utilizzata
angioplastica primaria, ossia la rimozione meccanica del trombo che ostruisce la
coronaria. La non somministrazione delle terapie può accadere quando il paziente presenta
delle controindicazioni a tale terapia o, più di sovente, quando sono trascorse oltre 6
ore tra l'insorgenza dei sintomi e la diagnosi di infarto acuto.
Il ritardo nelle cure è molto comune e potrebbe essere evitato,
soprattutto perché, secondo i cardiologi ospedalieri, sembra essere attribuibile al
paziente che tarda nel chiedere soccorso, oppure all'organizzazione dell'emergenza che
troppo spesso non arriva nei tempi adeguati. Infine all'organizzazione intraospedaliera,
cui spetta il trasferimento del paziente dal pronto soccorso al reparto di pertinenza.
Al fine di salvare il maggior numero di vite possibile, e di
garantire al paziente infartuato il migliore trattamento per una maggiore prospettiva di
vita, occorre concentrare gli sforzi sui fattori più importanti per rendere efficaci le
terapie. Quindi sulla tempestività del primo soccorso, sulla precocità della diagnosi,
sul contenimento del tempo che intercorre tra l'inizio dei sintomi e che le terapie siano
eseguibili già durante il trasporto del paziente in ospedale.
Spiega Francesco Chiarella, presidente dell'area emergenza dell'Anmco
(Associazione nazionale di medici cardiologi ospedalieri) e dirigente presso l'unità
operativa di cardiologia degli ospedali Galliera di Genova: Nel corso degli ultimi
anni importanti innovazioni hanno modificato il percorso diagnostico e terapeutico del
paziente con infarto miocardio acuto. Sono entrati in uso nuovi marcatori
miocardiospecifici e nuovi farmaci, è aumentato il ricorso alla rivascolarizzazione
mediante angioplastica primaria e di salvataggio. Poco conosciamo della trasformazione
gestionale del percorso del paziente con infarto miocardio acuto. In particolare resta
nell'ombra la fase pre-ospedaliera, la cui scansione temporale risulta decisiva per la
sopravvivenza e per la qualità di vita di chi sopravvive all'infarto.
Prosegue Chiarella: Nel corso dell'ultimo decennio l'Anmco ha prodotto due studi
epidemiologici sull'infarto miocardio acuto che hanno costituito il punto di riferimento
per la comunità cardiologica nazionale ed internazionale e per il ministero della salute.
A distanza di 10 anni proponiamo un nuovo studio osservazionale multicentrico, reso
possibile dal supporto di Boehringer Ingelheim. Un'indagine che si pone come obiettivo
primario l'acquisizione di informazioni sull'infarto miocardico acuto, nell'ottica di un
ritardo evitabile. Quindi indagare sul percorso pre-ospedaliero, poi dentro l'ospedale,
l'eventuale collegamento fra ospedali e l'impiego dei farmaci.
I medici hanno infatti già avviato
un'indagine esplorativa (della durata di 15 giorni) per indagare i percorsi logistici e
terapeutici del paziente infartuato presso 303 unità di cure coronariche dislocate in
tutta Italia.
Successivamente l'associazione dei cardiologi ospedalieri, insieme
alla Boehnringer Ingelheim, che produce farmaci specifici in questo campo, provvederà a
sviluppare un programma di aggiornamento professionale per i medici, cardiologi, medici di
medicina d'urgenza e di pronto soccorso, sulla diagnosi e le terapie specifiche
nell'infarto miocardico acuto.
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