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09/11/2001
La strategia vincente per battere l'infarto

Agnese Ferrara - Per vincere l'infarto ci vuole tempestività nelle cure. Dall'insorgenza dei sintomi alle terapie specifiche non devono passare più di sei ore. Nei fatti soltanto il 40% del totale dei pazienti colpiti da infarto oggi riceve una terapia specifica ed efficace.

Secondo le statistiche fornite dall'associazione medici cardiologi ospedalieri, il numero di persone colpite da infarto miocardico acuto in Italia è attualmente stimato intorno alle 120.000 all'anno.
Di queste, si calcola che soltanto 90.000 malati raggiungono vivi l'ospedale. Gli altri 30.000 sono considerati ‘morti improvvise', decessi dovuti anche a mancanza di tempestività nel soccorso. Dei pazienti che raggiungono vivi l'ospedale, molti non ricevono le cure adeguate, rischiando quindi di andare incontro a una prognosi sfavorevole. Soltanto il 60% di questi pazienti, infatti, viene ricoverato in unità di cure coronariche, i reparti più specializzati e attrezzati nella gestione delle emergenze coronariche, mentre il 40% afferisce in altri reparti (medicina interna, medicina d'urgenza o altri) dove, a causa di problemi organizzativi e/o a una scarsa familiarità nella diagnosi e nella terapia dell'infarto, non riceve alcun trattamento.

Anche nei reparti più specializzati per trattare l'infarto non sempre viene somministrata la terapia più comune, cioè la trombolisi che consiste nella dissoluzione farmacologica del trombo che occlude la coronaria oppure la meno utilizzata angioplastica primaria, ossia la rimozione meccanica del trombo che ostruisce la coronaria. La non somministrazione delle terapie può accadere quando il paziente presenta delle controindicazioni a tale terapia o, più di sovente, quando sono trascorse oltre 6 ore tra l'insorgenza dei sintomi e la diagnosi di infarto acuto.

Il ritardo nelle cure è molto comune e potrebbe essere evitato, soprattutto perché, secondo i cardiologi ospedalieri, sembra essere attribuibile al paziente che tarda nel chiedere soccorso, oppure all'organizzazione dell'emergenza che troppo spesso non arriva nei tempi adeguati. Infine all'organizzazione intraospedaliera, cui spetta il trasferimento del paziente dal pronto soccorso al reparto di pertinenza.

Al fine di salvare il maggior numero di vite possibile, e di garantire al paziente infartuato il migliore trattamento per una maggiore prospettiva di vita, occorre concentrare gli sforzi sui fattori più importanti per rendere efficaci le terapie. Quindi sulla tempestività del primo soccorso, sulla precocità della diagnosi, sul contenimento del tempo che intercorre tra l'inizio dei sintomi e che le terapie siano eseguibili già durante il trasporto del paziente in ospedale.

Spiega Francesco Chiarella, presidente dell'area emergenza dell'Anmco (Associazione nazionale di medici cardiologi ospedalieri) e dirigente presso l'unità operativa di cardiologia degli ospedali Galliera di Genova: “Nel corso degli ultimi anni importanti innovazioni hanno modificato il percorso diagnostico e terapeutico del paziente con infarto miocardio acuto. Sono entrati in uso nuovi marcatori miocardiospecifici e nuovi farmaci, è aumentato il ricorso alla rivascolarizzazione mediante angioplastica primaria e di salvataggio. Poco conosciamo della trasformazione gestionale del percorso del paziente con infarto miocardio acuto. In particolare resta nell'ombra la fase pre-ospedaliera, la cui scansione temporale risulta decisiva per la sopravvivenza e per la qualità di vita di chi sopravvive all'infarto”.
Prosegue Chiarella: “Nel corso dell'ultimo decennio l'Anmco ha prodotto due studi epidemiologici sull'infarto miocardio acuto che hanno costituito il punto di riferimento per la comunità cardiologica nazionale ed internazionale e per il ministero della salute. A distanza di 10 anni proponiamo un nuovo studio osservazionale multicentrico, reso possibile dal supporto di Boehringer Ingelheim. Un'indagine che si pone come obiettivo primario l'acquisizione di informazioni sull'infarto miocardico acuto, nell'ottica di un ritardo evitabile. Quindi indagare sul percorso pre-ospedaliero, poi dentro l'ospedale, l'eventuale collegamento fra ospedali e l'impiego dei farmaci”.

I medici hanno infatti già avviato un'indagine esplorativa (della durata di 15 giorni) per indagare i percorsi logistici e terapeutici del paziente infartuato presso 303 unità di cure coronariche dislocate in tutta Italia.

Successivamente l'associazione dei cardiologi ospedalieri, insieme alla Boehnringer Ingelheim, che produce farmaci specifici in questo campo, provvederà a sviluppare un programma di aggiornamento professionale per i medici, cardiologi, medici di medicina d'urgenza e di pronto soccorso, sulla diagnosi e le terapie specifiche nell'infarto miocardico acuto.

Fonte: kwsalute

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