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05/02/2002
Un bersaglio per i farmaci
proteina_tridimensionale.jpg (3962 byte)
È una proteina che innesca la morte delle cellule.
Potrebbe essere utile per il cancro, e non solo.

Per sopravvivere dobbiamo morire un po' ogni giorno. Sembra strano, ma se così non fosse nel giro di pochi anni ci ritroveremmo con un intestino lungo qualche chilometro e con un cervello sovraccarico di neuroni e sinapsi. È per questo che, a un certo punto, le cellule del nostro organismo la fanno finita: vanno incontro a un processo di suicidio cellulare chiamato apoptosi, dal greco «caduta delle foglie dagli alberi». Ogni cellula possiede un programma di morte geneticamente determinato che, al momento opportuno, la spinge ad autodistruggersi rapidamente senza provocare danni ai tessuti circostanti.

Questo processo, alla base dello sviluppo dell'embrione, del ricambio cellulare e dell'eliminazione di cellule danneggiate, svolge però un ruolo cruciale in malattie come il cancro. Per questo comprendere i meccanismi dell'apoptosi potrebbe rivelarsi importante per la cura di numerose patologie. Un passo in questa direzione è stato compiuto da ricercatori guidati da Martin Egli, della Vanderbilt university, e da Martin Watterson, della Northwestern university: i due hanno scoperto la funzione di una proteina coinvolta nel processo di morte cellulare programmata: la Dapk (Death associated protein kinase).

L'équipe è riuscita a determinare la struttura tridimensionale di quella porzione della proteina che sembra innescare l'apoptosi. «La speranza» spiega Martin Egli «è che questo pezzetto della Dapk possa rappresentare un bersaglio per i farmaci. Che potrebbero, per esempio, bloccarne l'attività in caso di ictus riducendo la morte delle cellule nervose e i danni al sistema nervoso; oppure, nel caso dei tumori, stimolando il suicidio delle cellule malate divenute resistenti all'apoptosi». Un obiettivo ambizioso, che richiederà forse ancora anni di lavoro. «Al momento» continua Egli «la strada più promettente sembra essere la riduzione dei danni cerebrali dopo l'ictus. Anche se per la messa a punto di farmaci dovremo probabilmente aspettare una decina di anni».

Fonte: panorama

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