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| Leucemia
infantile favorita dai campi magnetici |
Adesso è ufficiale: una prolungata esposizione ai campi
elettromagnetici dei grandi elettrodotti raddoppia, nei bambini, la possibilità di
contrarre la malattia infantile. |
Continua, con nuovi dati, la polemica legata al rischio di inquinamento
elettromagnetico. La notizia viene da Environmental Health Perspectives, una
rivista scientifica che pubblica i risultati di uno studio triennale portato avanti da sei
gruppi di epidemiologi dei maggior istituti scientifici del mondo, per conto dell'ICNIRP,
l'International Commission on Non-Ionizing Radiation Protection, la commissione
internazionale per la protezione dalle radiazioni non-ionizzanti.
"Non siamo certo riusciti a stabilire un nesso di causa ed effetto fra i campi
elettromagnetici ed eventuali malattie croniche. Né abbiamo trovato nesso con un
incremento dei casi di suicidio, di malattie cardiache, e di problemi all'apparato
riproduttivo - spiega il professor Anthony Swerdlow, dell'Istituto inglese per la Ricerca
sul Cancro - Ma un dato sicuro c'è: una prolungata esposizione ai campi elettromagnetici
prodotti dai grandi elettrodotti raddoppia, nei bambini, la possibilità di sviluppo della
leucemia infantile".
Un analogo legame era stato rilevato, in Inghilterra nel marzo scorso, dal National
Radiological Protection Board.
La leucemia infantile, che si sviluppa nel midollo osseo, rappresenta da sola circa un
terzo dei tipi di cancro che riguardano i bambini. Ma attraverso quale meccanismo, che
riguarda i campi elettromagnetici, può svilupparsi la malattia? "Secondo noi le
linee elettriche ad alto potenziale producono particelle dotate di carica elettrica, i
cosiddetti "ioni corona -spiega il professor Denis Henshaw, dell'università di
Bristol - . Queste particelle entrano in contatto con gli agenti inquinanti che si trovano
nell'aria, per esempio i fumi e i residui della combustione, e li caricano elettricamente:
in questa maniera gli agenti inquinanti si saldano, una volta inalati, più facilmente nei
polmoni". Alla ricerca hanno partecipato anche gli esperti del National Cancer
Institute americano, e quelli del celebre Karolinska Institute svedese.
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